I carabinieri durante la prima guerra mondiale

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I carabinieri durante la prima guerra mondiale

Berichtdoor Tandorini » 24 apr 2011, 22:06

Lo scoppio della prima guerra mondiale non fu improvviso. Alcune guerre, come lampi prima della tempesta, erano sintomi degli stati di tensione tra le varie potenze. Ricordiamo: la guerra franco-tedesca del 1870, con la creazione dell'impero di Germania e la sua politica di potenza; la guerra russo-turca (1877-78) per impedire alla Russia l'accesso ai "mari caldi" con la conquista di Costantinopoli; la guerra anglo-boera (1899-1902) per il possesso da parte della Gran Bretagna dei ricchi giacimenti; la guerra russo-giapponese (1904-05); la guerra italo-turca (1911), per un non ben definito "equilibrio Mediterraneo" che riguardava anche Francia e Gran Bretagna; infine, non ultime, le varie "guerre balcaniche" e la politica espansionistica dell'Austria-Ungheria in quel nido di vipere che erano i Balcani, in pieno furore nazionalista (in primis l'area della Bosnia-Erzegovina).

Uno dei drammatici momenti dell'assassinio di SarajevoSe i vari governi vi avessero posto un "minimo" di attenzione, si sarebbero resi conto dei nuovi caratteri della guerra, che richiedeva l'impiego di grandi masse di uomini e di artiglierie. Ciò in relazione, tra l'altro, all'impiego delle mitragliatrici, al ricorso alle trincee e alle fortificazioni, e via di seguito. Ma i valzer della "belle époque" impedivano di sentire e di vedere i "macelli" dei campi di battaglia. Inoltre, le diplomazie privilegiavano le politiche dell'equilibrio tra potenze grazie ai trattati palesi e segreti. Trattati che (illusione!) avrebbero impedito i grandi conflitti e limitato gli scontri o guerre "locali".

La miopia (e la stupidità) dei governanti non consentirono la visione delle forze impetuose in movimento: nazionalismo, imperialismo - che prenderanno i nomi più vari: pangermanesimo, panslavismo, irredentismo -, né quella delle nuove filosofie per un "mondo nuovo" e un "uomo nuovo".

I perni fondamentali della politica europea erano rappresentati da un sistema di alleanze, così articolato: la Triplice Alleanza, tra Germania, Austria-Ungheria e Italia, e la Triplice Intesa, tra Gran Bretagna, Francia e Russia. La politica estera italiana non aspirava a grandi orizzonti. L'obiettivo massimo dei governi liberali non andava oltre il Trentino e uno statuto speciale per Trieste, da ottenere come "compenso" per l'espansione della corona asburgica nei Balcani. La Triplice, va sottolineato, era un trattato "difensivo" che per la sua entrata in vigore poneva la condizione che uno dei membri dell'alleanza fosse attaccato. Questa, grosso modo, era la situazione prima del diluvio.

L'arresto di Benito Mussolini durante la Per quanto riguarda l'Italia: il 10 marzo 1914 Giolitti, come era solito fare in particolari circostanze, fece il solito "giochetto" di passare la presidenza a un uomo di sua fiducia. Salvo a riprendere il potere a soluzione del problema: in questo caso, per "mettere su" una maggioranza parlamentare più ampia di quella ottenuta con le elezioni del 26 ottobre 1913. La scelta di Salandra gli sarà fatale. Salandra non era "uomo di paglia", aveva un proprio progetto politico, che si rivelerà "antigiolittiano", coadiuvato in ciò dal Ministro degli Esteri Sonnino che, a sua volta, aveva dei conti da regolare con Giolitti.

FUOCO ALLE POLVERI. Il 28 giugno 1914 il terrorista bosniaco Gavrilov Princip, assassinando a Sarajevo l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico, e la consorte, dava fuoco alla polveriera. Il 29 luglio l'Austria attaccava la Serbia; il 1° agosto la Germania dichiarava guerra alla Russia, e il 3 successivo alla Francia, con l'invasione del Belgio; da qui l'Inghilterra dichiarava guerra alla Germania. Nel giro di poche ore si scatenava un vero inferno, che provocherà oltre 8 milioni di morti. Il tutto nella convinzione che i problemi sarebbero stati risolti dopo una guerra "breve". Anzi, "brevissima". Il 3 agosto l'Italia dichiara la neutralità. I governi di Berlino e di Vienna riconobbero la legittimità della decisione italiana in quanto non vi era stato un attacco diretto. Ciononostante, per motivi di propaganda da parte "esterna" e per atavica tandenza all'autolesionistico "interno", nascerà il mito del tradimento dell'Italia.

Una illustrazione simbolica la cui didascalia recita: «L'Italia trae la spada in difesa degli oppressi al fianco degli alleati contro il barbaro armato d'insidie e di ferocia»A questo punto, le "diverse" Italie diedero al "che fare?" risposte in funzione delle "questioni" ancora irrisolte: la liberale, la cattolica, la socialista, l'irredentista-nazionalista. Proviamo a riassumerle.

LA QUESTIONE LIBERALE. Salandra è della "destra" liberale, estromessa dalla "sinistra" nel 1876. Anche per una rivincita, ma soprattutto per ridare slancio all'Idea liberale, si pone a capo del progetto per una grande politica nazionale da realizzare da un "nuovo" partito liberale. Sullo sfondo, la costruzione di uno Stato nuovo, non più condizionato dai trasformismi della sinistra liberale, della quale Giolitti era il massimo rappresentante.

Il nuovo grande Partito liberale, tra l'altro, avrebbe dovuto completare il Risorgimento, assorbendo i movimenti radicali nazionalisti, i socialisti riformisti e le correnti culturali del primo Novecento. Ciò avrebbe favorito il bipolarismo: un partito conservatore (liberaldemocratico) e uno progressista (socialista). La guerra europea e la scelta "neutralista" di Giolitti faranno di Salandra un "interventista".

La vittoria dell'uno sull'altro avrebbe significato la supremazia di una corrente liberale sull'altra. In tale contesto, se la scelta di Giolitti favoriva oggettivamente l'Austria-Ungheria, Salandra si orienterà con Sonnino a favore dell'Intesa. Da qui, quella specie di "balletto" fra le parti in conflitto sul "chi offriva di più". Gli anglo-francesi, con il Patto di Londra (26 aprile 1915) concederanno più territori rispetto al "parecchio" per la neutralità sostenuta da Giolitti.

Nella fase finale delle trattative (con Vienna e con Londra), che continueranno anche dopo la firma del Patto con l'Intesa, Giolitti commetterà un altro errore: il 13 maggio Salandra presenterà le dimissioni al Re, il quale si rivolgerà a Giolitti che rifiuterà l'incarico. La latitanza di Giolitti costringerà il Re a rinnovare il mandato a Salandra. Il Parlamento, malgrado la maggioranza giolittiana, voterà a favore del governo per i crediti di guerra. E guerra fu. Ma non sarà "breve" secondo la previsione di Salandra, al quale succederanno Boselli prima e Orlando dopo.
"Breve" sarà soltanto il progetto di Salandra per uno Stato nuovo.

LA QUESTIONE CATTOLICA (O "ROMANA"). Il problema "interventismo-neutralismo" creerà nuove contrapposizioni nel movimento cattolico, i cui componenti dovevano scegliere tra la Santa Sede, per la neutralità più assoluta (con tendenze filo-asburgiche), e la Patria-Nazione (partecipare alla guerra "nazionale" senza nuocere alla linea del Vaticano e senza dimenticare la "questione romana" quanto mai sul tappeto).

Le varie anime si polarizzeranno come segue:

per la neutralità più assoluta, i cattolici intransigenti, decisamente filo-austriaci e antirisorgimentali, e le Leghe cattoliche interpreti del pacifismo dei contadini;
per una neutralità rigorosa, ma priva di risentimenti faziosi, le varie Unioni: popolare, elettorale, economico-sociale, gioventù cattolica e donne cattoliche;
per una neutralità programmata, coloro che cercheranno di conciliare le posizioni della Santa Sede con le istanze "nazionali". Filippo Meda, sarà tra questi: deputato, farà dichiarazione di neutralità ma finirà ministro («a titolo personale» puntualizzerà L'Osservatore) del governo Boselli;

Favorevoli all'interventismo cattolico, sia pure minoritari, saranno quelli della Lega democratica di Murri e molti giovani cattolici militanti (tra cui Giovanni Gronchi, che partirà volontario). Saranno questi "giovani" che romperanno con gli "intransigenti" e che costituiranno la base più attiva del partito popolare di don Sturzo fondato sui Valori cattolici innestati nella società nazionale italiana (da cui: cattolici nazionali), sempre, naturalmente con un occhio rivolto al Santo Padre.

Disegno che rappresenta il desiderio degli italiani di portare la bandiera al di là del confine austriacoLA QUESTIONE SOCIALISTA. La fazione massimalista-rivoluzionaria che si riconosceva in Benito Mussolini era oramai maggioranza nel Psi (ma non nella Cgl, in mano ai "riformisti").

L'estremismo rivoluzionario aveva dato il massimo di sé nella "settimana rossa" (7-14 giugno 1914). Nato in Ancona, nel quadro di manifestazioni antimilitariste, si estenderà a Roma, Torino, Genova, Milano e Firenze: richiederà l'impiego di oltre 100mila uomini tra soldati e carabinieri, provocherà tredici morti tra i dimostranti. Il movimento insurrezionale era guidato da Mussolini, Malatesta e Nenni: arrestati. Nelle Marche e in Romagna: saccheggi, sabotaggi, cattura di ufficiali (persino un generale), e via elencando.

A fronte del dilemma "interventismo-neutralismo", i socialisti si spaccheranno sia a livello Seconda Internazionale che a livello dei partiti nazionali nel cui ambito si farà più duro lo scontro fra "rivoluzionari" e "riformisti".

Nei Congressi della Seconda Internazionale (1889-1914) la risoluzione conclusiva si era sempre dichiarata in favore del neutralismo e per impedire la guerra con tutti i mezzi. Nel caso la guerra iniziasse, intervenire per farla cessare e per provocare la caduta della classe capitalista.

Al "momento della verità", però, i socialisti tedeschi (esclusa Rosa Luxemburg), austriaci, francesi, belgi e parte dei britannici, daranno l'appoggio totale e incondizionato ai rispettivi governi. Come aveva previsto Sorel il concetto di Patria-Nazione annullava quello di Classe-Internazionalismo.

Più o meno fedeli alle Risoluzioni dell'Internazionale rimanevano le due fazioni del Partito Socialdemocratico russo (i "bolscevichi" di Lenin e i "menscevichi"), quello serbo, il bulgaro e quello italiano (esclusi i "riformisti"). All'appuntamento con la Storia il Psi, adottando l'ambigua formula «né aderire né sabotare», non farà alcuna scelta. Mussolini, a fronte del fallimento dell'Internazionale e all'immobilismo del Psi, proporrà la linea della "neutralità attiva e operante". Tale linea prevedeva l'intervento per abbattere le potenze militaristiche (Germania e Austria), affidare al proletariato il compimento del Risorgimento e, dopo la guerra, rifluire nell'interno per fare la rivoluzione sociale (più o meno sarà questo il progetto di Lenin). Mussolini, pertanto, verrà espulso dal Psi. A guerra iniziata, comunque, i "rivoluzionari" socialisti ricercheranno l'occasione storica favorevole per fare la rivoluzione (sommosse di Milano, insurrezione di Torino nel 1917, disfattismo e via edulcorando). Alla propaganda disfattista verrà attribuita la causa di "Caporetto".

L'Italia dorme il sonno della neutralità, cartolina del '14LA QUESTIONE IRREDENTISTA-NAZIONALISTA. Le minoranze vitalistiche-attivistiche che avevano rivoluzionato il mondo della cultura, videro nel conflitto l'occasione storica per il rinnovamento morale e, quindi, politico della società italiana. Realizzare uno Stato Nuovo per la formazione dell'Uomo Nuovo. La guerra sarebbe stata la fucina per la selezione dei migliori, che avrebbero formato l'avanguardia elitaria, le minoranze eroiche cui affidare la missione di guidare le masse a costruire la "Nazione" italiana.

Le correnti antipositiviste, i vociani, i futuristi, i dannunziani, daranno voce nelle piazze e sulla stampa agli interventisti. Da qui il coaugulo con i nazionalisti e gli irredentisti trentini, istriani e dalmati, nella visione di una missione dell'Italia nel mondo (Gioberti, Mazzini). A queste minoranze attivistiche si uniranno, per la comunità di alcuni obiettivi, la destra di Salandra e gli interventisti democratici (mazziniani, garibaldini, socialisti riformisti), che vedevano nella sconfitta degli imperi centrali il trionfo della "nazionalità" e della giustizia sociale (Bissolati, Ciccotti, Salvemini). Sarà l'occasione storica per i mistici alla Pietro Jahier che, nel ritorno alla Madre Patria delle Terre Irredente, concepiscono il conflitto come "l'ultima guerra" o "guerra ascetica".

Giovanni Gentile, nell'ottobre 1914, traccia la linea di una filosofia della guerra in cui la guerra viene chiamata "dramma divino". I futuristi insisteranno sulla guerra «sola igiene del mondo e sola educatrice». Papini su L'Acerba (1915) scrive: «1) o la guerra ai tedeschi o la guerra civile, 2) o la guerra ai tedeschi o la rivoluzione, 3) o la guerra ai tedeschi o la vergogna italiana perpetua e irreparabile».

Spadolini spiegherà così l'interventismo di Luigi Albertini: «...il Risorgimento non era terminato... era destinato a espandersi e a penetrare nelle coscienze, trasformando le basi fondamentali del costume e del carattere italiano e liberandolo da quelle falsificazioni e da quelle deformazioni che costituivano l'eredità dei secoli di decadenza e di espiazione».

Si uniranno a queste minoranze i socialisti rivoluzionari di Mussolini e i sindacalisti rivoluzionari di Corridoni e De Ambris che daranno vita ai Fasci di Azione Rivoluzionaria (nel dopoguerra Fasci Futuristi, poi Fasci di combattimento).

Le varie componenti dell'interventismo (nazionalista, rivoluzionario, democratico) saranno quindi supportate dalla cultura dello spiritualismo diffusasi in Europa e in Italia in particolare, che inizia così il duro scontro contro la cultura del materialismo.

Ciascuna cultura sarà portatrice del mito della rivoluzione nel Novecento, che prenderà il nome, rispettivamente, di Fascismo e Socialismo.

Tenendo fede agli impegni del Patto di Londra, l'Italia dichiarò guerra all'Austria-Ungheria il 24 maggio 1915. Salandra era convinto che il conflitto sarebbe stato «breve», ma non aveva tenuto nella giusta considerazione ciò che era accaduto nel 1914, quando, dopo alti e bassi iniziali da parte della Germania, era iniziata la guerra di logoramento. A causa della miopia di Salandra, Cadorna, Capo di Stato Maggiore, sarebbe stato informato solo poche settimane prima dell'avvenuto cambiamento politico: le truppe italiane non dovevano più essere inviate sul Reno, a fianco degli Imperi Centrali, bensì sulla Fronte Giulia, con l'Intesa. Lasciamo all'immaginazione del lettore intuire le conseguenze di questa scelta, in termini di mobilitazione, di schieramento dell'Esercito e di predisposizione delle operazioni.

Inoltre, la dichiarazione di guerra dell'Italia alla Turchia (il 21 agosto), richiedeva un ulteriore impegno, nella zona che va dalla Libia-Dodecanneso all'Albania-Macedonia. Il momento scelto per l'intervento era uno dei più critici per i franco-russo-inglesi. L'intervento dell'Italia farà tirare un respiro di sollievo ai francesi; l'Austria invece, costretta a togliere parte dell'esercito per spostarlo sulla Fronte Giulia, vide diminuire notevolmente il proprio potenziale offensivo nei confronti della Russia.

Gli storici, specialmente quelli stranieri, valuteranno in modo molto critico la scelta italiana, parlando di tradimento. E oltrettutto, al momento degli accordi di pace, l'Italia non avrà alcuna ricompensa per l'aiuto prestato ai franco-inglesi.

Le operazioni del 1915. Malgrado l'incoscienza dei dirigenti politici, che informarono Cadorna del cambiamento di fronte con colpevole ritardo, l'Esercito italiano era animato da un certo entusiasmo. Messe da parte le divisioni ideologiche, gli italiani trovarono nelle Forze Armate quella "spiritualità nazionale" non ancora maturata nella società. La maggior parte delle truppe, costituita dai "fanti contadini" (gli operai restarono a casa, per non rallentare la produzione industriale), darà il meglio di sé negli attacchi frontali. Attacchi duri e incessanti, che portavano alla conquista di quote di territorio che, un momento dopo, andavano di nuovo perse e poi ancora riconquistate all'arma bianca.

Dal luglio al dicembre del 1916 i risultati ottenuti furono scarsi. In questo scenario, iniziava a profilarsi il primo contrasto tra Cadorna e il Governo. L'intenzione del Governo, infatti, era quella di creare un Consiglio di Difesa (comprensivo di "politici") con Cadorna "Comandante Supremo", per condizionarne le decisioni. Ma Cadorna minacciò le dimissioni, e costrinse il Governo a fare marcia indietro. Tali manovre politiche avevano infastidito anche il Re, che riteneva di dover assumere la direzione delle operazioni, con il ruolo di Comandante Supremo. Si toglierà il "sassolino dalla scarpa" soltanto dopo Caporetto, esonerando Cadorna e assumendo la direzione delle operazioni.

Nel frattempo, Cadorna applicò una linea di comando che secondo alcuni era «eccessivamente dura»; altri sostenevano invece che non fosse possibile adottare una linea più «morbida», avendo a che fare con masse non sempre facilmente governabili. Il fronte venne "blindato", tenuti fuori sia i politici che i giornalisti, allo scopo, dirà lo stesso Cadorna, di evitare «l'ingresso del disfattismo nelle trincee». Dal 5 all'8 settembre si svolse a Zimmerwald (Svizzera) la Prima conferenza internazionale dei socialisti contrari alla guerra, a cui partecipò una nutrita delegazione del Psi.

In questa circostanza, venne stilato un Manifesto che condannava la guerra e proponeva un'azione comune «per una pace senza annessioni e senza indennità di guerra».

L'OPERAZIONE DEL 1916. Le operazioni militari iniziarono con una forte offensiva tedesca in Francia (Verdun), che causò ingenti perdite. La Francia chiese a Cadorna un contributo; l'offensiva italiana fu sferrata tra l'11 e il 29 marzo (la 5a battaglia), ma a causa di una preparazione affrettata, diede scarsi risultati.

Tra il 24 e il 29 aprile, la Commissione dei socialisti contrari alla guerra si riunì a Kienthal (Svizzera); il manifesto disfattista venne diffuso clandestinamente proprio nel momento in cui nel Trentino si scatenava l'inferno, in conseguenza della famosa "operazione punitiva" condotta contro la 1a Armata, con l'obiettivo di conquistare Schio e Bassano e prendere alle spalle le forze schierate sull'Isonzo. Ma non appena le prime linee iniziarono a cedere, il dispositivo difensivo entrò in crisi e gli austriaci avanzarono per oltre 20 chilometri. Il 10 giugno partiva la controffensiva italiana e si concludeva la "spedizione punitiva". Ma finiva anche l'illusione di una "guerra breve". Veniva intanto costituito un governo di unità nazionale, presieduto da Boselli, liberale di Destra. Restava fuori, naturalmente, il Psi.

Tra il 15 maggio e il 15 luglio, la 6a battaglia dell'Isonzo, portava alla conquista di Gorizia, con un bilancio di 21.630 morti italiani e 4.330 austriaci. Dal 14 settembre al 4 novembre, avevano luogo le cruente 7a 8a e 9a battaglia dell'Isonzo, ancora una volta con modesti risultati e pesanti perdite. Per quanto riguarda gli altri fronti, la situazione della Russia era disastrosa e l'esercito francese era ai limiti del crollo.

Dopo la 9a battaglia, le truppe in linea manifestavano evidenti segni di cedimento psicologico, offrendo un terreno fertile alla propaganda disfattista. I combattenti non sentivano più l'appoggio del Paese; le dimostrazioni contro la guerra erano sempre più frequenti. Il 10 settembre, la pubblicazione di un appello alla rivoluzione portò all'arresto di alcuni componenti del Comitato centrale della federazione giovanile socialista.

Sul fronte dell'irredentismo, intanto, a Trento avvenivano la fucilazione di Damiano Chiesa, e l'impiccagione di Cesare Battisti, Fabio Filzi e Nazario Sauro.

LE OPERAZIONI DEL 1917: L'ANNO TREMENDO. Dal 12 al 28 maggio fu condotta la 10a battaglia dell'Isonzo. I fanti-contadini occuparono le munitissime posizioni del M. Kuk-Vodice. Di nuovo: magri risultati e ingenti perdite (36.000 caduti e 100.000 feriti). Il 10 giugno, nella battaglia dell'Ortigara, vennero impegnati ben 26 battaglioni alpini. Oltre 30.000 i caduti, dei quali 16.000 alpini.

Con la conclusione della 11a battaglia (dal 18 agosto all'11 settembre), il compito affidato all'Esercito italiano dalla Conferenza Interalleata di Parigi era assolto con onore. A prezzo di gravi perdite umane, la Bainsizza era stata conquistata. Ciò nonostante, i franco-inglesi premevano per una ripresa dell'offensiva italiana: contravvenendo agli ordini di Cadorna di costituire uno schieramento "difensivo", Capello, Comandante della 2a Armata, lasciava in piedi lo schieramento "offensivo". Si creavano così le premesse per Caporetto.

CAPIRE "CAPORETTO". Ancora oggi, a ottant'anni di distanza, il nome "Caporetto" è sinonimo di vergognosa sconfitta. All'origine di questo pregiudizio c'è un atteggiamento superficiale, causato da un'ignoranza storica malgrado la ricostruzione dei fatti, compiuta dalla Relazione Ufficiale dello Stato Maggiore dell'Esercito.

Per capire veramente Caporetto bisogna considerare tre aspetti fondamentali: la situazione generale sui vari fronti di guerra; l'avvenimento militare costituito dallo sfondamento; la battaglia sulla linea Monte Grappa-Piave e la conseguente sconfitta degli Austro-Tedeschi sui vari fronti, dopo la battaglia di Vittorio Veneto.

Nel marzo 1917, in Russia, con la caduta del regime zarista, conseguente al moto rivoluzionario che avrebbe condotto Lenin al potere, le capacità militari erano praticamente nulle. Inoltre, l'eliminazione dell'Ordine n. 1 del giorno 14 (che affidava il controllo delle armi ai comitati delle compagnie e dei battaglioni) e la Dichiarazione dei diritti dei soldati, del 22 successivo, non potevano non ripercuotersi sulla coesione interna dei reparti, oltreché sul morale. Lo scontento, da quello russo, si sarebbe esteso anche agli altri Eserciti dell'Intesa. Anche in Italia si cominciava a diffondere il desiderio di «fare come in Russia».

Nell'aprile 1917, il fallimento dell'offensiva Nivelle provocava una tale crisi nell'Esercito francese, che Painlevé fu costretto ad assicurare il Parlamento che non si sarebbero intraprese operazioni importanti: in sostanza, sul Fronte occidentale, l'Esercito francese poteva fare affidamento soltanto su due divisioni.

Nell'agosto successivo, il successo dell'11a battaglia dell'Isonzo e il logoramento subito, inducevono l'Austria-Ungheria a prendere in considerazione una pace fondata sullo status quo, in grado di garantire il Fronte italiano. In tale contesto, anche se il Reich tedesco godeva di una superiorità militare, conseguente alla crisi russa e allo stallo sul Fronte Occidentale, rischiava lo stesso la sconfitta, nel caso in cui l'Austria-Ungheria avesse ceduto.

Da qui, la decisione di mettere l'Italia fuori combattimento con un'offensiva che aveva un duplice obiettivo: uno diretto: la sconfitta militare dell'Esercito; l'altro indiretto: la speranza che anche in Italia scoppiasse la rivoluzione, come in Russia. Eliminata l'Italia, la Germania avrebbe attaccato in massa sul Fronte occidentale, con buone probabilità di vittoria. Questo, prima dell'arrivo delle truppe Usa. Le sorti del conflitto, quindi, dipendevano dalla tenuta dell'Esercito Italiano.

In tale quadro nasceva, ai danni dell'Italia, l'operazione Waffentreue, fratellanza d'armi. La necessità immediata di ricacciare le Forze italiane sino al Tagliamento costituiva un obiettivo strategico che avrebbe evitato il disfacimento dell'Esercito austro-ungarico. Il 24 ottobre 1917 gli austro-tedeschi sferravano, nel tratto della Fronte Giulia, l'offensiva decisiva contro l'Italia: la 12a battaglia dell'Isonzo, iniziata alle due del mattino di quel giorno, terminerà a fine dicembre dello stesso anno, sulla linea del Piave-Monte Grappa. Il nemico, malgrado ripetuti e massicci assalti, non riuscirà a oltrepassarla, fallendo così gli obiettivi strategici che si era ripromesso: eliminare l'Italia e aggirare il Fronte occidentale attraverso Nizza e le Alpi.

Per valutare l'episodio di Caporetto è assolutamente indispendabile tenere conto degli avvenimenti che seguirono: la manovra in ritirata e l'arresto del nemico sul Piave, dai quali si possono trarre importanti insegnamenti di ordine militare e morale. Di ordine militare, in quanto bisogna considerare che la manovra in ritirata è tra le operazioni più difficili da condurre dal punto di vista tecnico-professionale, a causa dell'inevitabile caos provocato dalle popolazioni in fuga. Di ordine morale, in quanto va rilevato che l'Esercito riuscì, da solo, a contenere la spinta avversaria sul Piave, poiché i contingenti alleati entrarono in linea solo il 5 dicembre.

Gli Alleati, infatti, non avevano più fiducia nel nostro Esercito e, di conseguenza, nelle capacità di resistenza del nostro popolo: consideravano l'Italia spacciata! Si propose, allora, di affidare al generale Foch il comando diretto del Fronte italiano. Grave e imperdonabile errore di valutazione, tanto più che anche i franco-inglesi avevano avuto le loro sconfitte. Sul Piave l'Esercito, malgrado le perdite subite, ritrovò la saldezza dimostrata in due anni e mezzo di dure lotte nelle trincee e in massacranti attacchi. Forse, proprio nel ricordo di tanti sacrifici, i nostri soldati ebbero uno scatto d'orgoglio contro l'invasore. Così come lo ebbe il popolo tutto, nei confronti del quale la minoranza rivoluzionaria non ebbe alcuna presa. Non un esercito sconfitto, quindi, si trincerò sulla nuova linea, ma una forza che, seppur ridotta, era ancora sostanzialmente sana e che, nella sua strenua difesa, pose le premesse per la vittoria di Vittorio Veneto.

Sul miracolo del Piave così si espresse lo stesso avversario: «Sembrava assolutamente impossibile che un Esercito, dopo una così enorme catastrofe com'era stata quella di Caporetto, avesse potuto riprendersi così rapidamente» (generale Konopicky, Capo di Stato Maggiore dell'Arciduca Eugenio); «...il nostro tentativo di conquistare le alture dominanti il bassopiano dell'Italia settentrionale e far cadere così anche la resistenza nemica sul fronte del Piave, fallì (...). L'arte della guerra non consiste nell'evitare le crisi, ma nel superarle» (generale von Hindenburg, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito tedesco).

LE OPERAZIONI DEL 1918. Gli Imperi Centrali, prima dell'arrivo in Europa delle truppe Usa, nel '17, e dopo la messa fuori combattimento della Russia, decisero di attaccare.

Il 21 marzo fu condotta un'offensiva contro la Francia, che richiamava in patria dall'Italia 6 divisioni. Diaz, suceduto a Cadorna, approntò un corpo d'armata per il Fronte occidentale. Nel frattempo, le armate franco-inglesi, sebbene in crisi, resistevano. In Italia la situazione interna era piuttosto complicata; il 24 gennaio, tra l'altro, vennero arrestati Costantino Lazzari e Nicola Bombacci, segretario e vicesegretario del Psi, con l'accusa di «incitamento al disfattismo». Anche presso il fronte si cominciavano a manifestare sintomi di stanchezza. In questo clima, gli austriaci attaccarono dal settore montano al Piave, avendo come obiettivo Thiene-Bossano-Treviso-Venezia. Gli imperiali agirono con decisione, gli italiani contrattaccarono, ingabbiando le teste di ponte austriache e costringendo l'esercito a ripiegare sulla sinistra del Piave. Il 6 luglio la 2a battaglia del Piave o del "solstizio" era terminata. Oramai l'Austria-Ungheria non aveva più capacità offensive: non restava che la strada della "pace bianca", approfittando dei pacifisti-disfattisti di vario colore, nonché dei "rinunciatari".

L'offensiva, ordinata da Diaz, partirà il 24 ottobre. Il Piave è in piena, gli austriaci resistono tenacemente. Lo sfondamento avviene nella zona chiamata, poi, Vittorio Veneto. Il 3 novembre verrà firmato l'armistizio. La battaglia di Vittorio Veneto ebbe una importanza decisiva, poiché determinò anche la resa della Germania (11 novembre). Le nostre truppe, rinvigorite nel morale, meritarono la vittoria; lo spirito rinunciatario-disfattista non aveva attecchito. Nel momento di maggior pericolo, Diaz aveva creato i reparti di "Arditi", volontari decisamente motivati per l'impiego in azioni a elevato rischio. A migliaia si offrirono di entrare a far parte di tali reparti. Ma la vittoria fu di "tutti", sia pure tenuto conto delle differenze ideologiche. Le "diverse Italie," fuse nel crogiolo delle battaglie, erano scomparse. Purtroppo, però, all'interno, ricominciavano a manifestarsi le contrapposizioni.

La questione sociale. A dicembre, Amadeo Borgia fondava a Napoli il settimanale Il Soviet, che avrebbe dovuto costruire un partito rivoluzionario sul modello del Partito comunista russo. Il 9 dicembre, il gruppo dirigente del Psi dichiarava: «Scopi del Partito sono l'instaurazione della dittatura del proletariato e di una repubblica socialista...».

La questione cattolica. Il 17 novembre don Luigi Sturzo sollecitava la costituzione di un Partito cattolico, con il consenso di Pietro Gasparri, Segretario di Stato. Cavazzoni si dichiarò contrario e propose un partito alle dipendenze dell'Azione Cattolica.

La questione irredentista-nazionalista. Il Consiglio nazionale della città di Fiume, il 30 ottobre, proclamava l'annessione all'Italia, non prevista però dal Patto di Londra. Ma il "Patto" venne ignorato dal Presidente Usa Wilson, favorevole al "principio delle nazionalità". Francia e Inghilterra erano d'accordo. Insorsero gli irredentisti e la maggior parte dei gruppi "interventisti".

Mussolini, D'Annunzio, Federzoni e Marinetti erano i punti di riferimento per quanti ritenevano che l'Italia non dovesse essere umiliata in occasione della stipulazione dei trattati di pace.

Si cominciò a parlare di «vittoria mutilata», mentre i combattenti, congedati, dalle trincee tornavano a casa.

Lo strumento bellico dell'Italia al momento dello scoppio della Grande Guerra non era propriamente pari in all'impegno cui era destinato. Le questioni militari, ancora una volta, non erano state affatto sentite dagli uomini politici e così le forze armate erano rimaste chiuse in se stesse, avulse dalla vita nazionale. Il Capo di Stato Maggiore, Luigi Cadorna, pur imprimendo grande energia all'opera di riassetto, sotto l'incalzare degli eventi dovette affrontare un lavoro colossale per potenziare l'esercito, preparandolo al conflitto, che si annunziava tremendo. Il 24 maggio 1915, esso, mobilitato e radunato a ridosso della frontiera, con 31mila ufficiali e 1.058.000 tra sottufficiali e truppa, su 4 armate, costituite da 14 Corpi d'Armata, venne suddiviso in: 146 Reggimenti di fanteria, 13 di bersaglieri, 9 di alpini, 30 di cavalleria, 49 di artiglieria da campagna, 1 di artiglieria a cavallo, 3 di artiglieria da montagna, 2 di artiglieria pesante campale, 10 di artiglieria da fortezza, 6 di genio (suddivisi in Compagnie zappatori, pontieri, telegrafisti, minatori, ferrovieri, automobilisti e Corpo Aeronautico militare), 18 Batterie di artiglieria someggiata; 3 Sezioni contraerei, 1 Reggimento di carabinieri.

La flotta italiana, superiore numericamente a quella avversaria, risultava però inferiore nell'Adriatico, in quanto, diversamente da quella austriaca, che vi era concentrata nella sua totalità, doveva operare in tutto il Mediterraneo. Non va dimenticato che mentre l'Italia sull'Adriatico disponeva solo di due basi, Venezia e Brindisi, con coste prive di ripari naturali, la flotta asburgica poteva contare sulla base militare di Pola, dove rimase arroccata, e di coste ricche di ripari naturali e pertanto ben protette.

Il fronte italo-austriaco, lungo 635 chilometri, quasi tutti di montagna, si articolava in quattro settori: Trentino (1a e 4a Armata su 11 Divisioni); Carnia (31 Battaglioni misti); Monti della Carnia - Medio Isonzo (2a Armata su 9 Divisioni e due Gruppi alpini), Medio Isonzo - Mare (3a Armata su 6 Divisioni di fanteria e una Divisione e mezza di cavalleria). Il Comando Supremo aveva una riserva di 10 Divisioni di fanteria, 3 di cavalleria e il Reggimento Carabinieri.

Nelle tormentate e drammatiche giornate della crisi del governo Salandra, che si conclusero con la conferma del Ministro e la dichiarazione di guerra, ancora una volta ricadde sui Carabinieri la responsabilità dei servizi di sicurezza, per assicurare il regolare svolgimento della vita nel Paese. All'Arma fu affidata la tradizionale duplice funzione: interna, come forza militare in servizio di polizia, e combattente, per concorrere alla difesa dei "sacri confini della Patria".

Il 1915 peraltro si era annunziato in modo tragico: il 13 gennaio una scossa tellurica distrusse la cittadina di Avezzano ed altri centri della regione facendo ben 10.710 vittime e, tra di esse, 30 carabinieri. Organizzati i primi soccorsi, l'Arma si mobilitò, e accorsero centinaia di uomini, non solo per concorrere all'opera di salvataggio ma anche per provvedere alle infinite incombenze proprie dei servizi di polizia.

Una foto di eccezionale valore documentario: siamo sul Podgora, davanti alla tenda del 3° Battaglione Carabinieri, pochi giorni prima della tragica battaglia del 19 luglio 1915L'Arma dei Carabinieri a quel tempo era comandata dal generale Gaetano Zoppi, che allo scoppio della guerra assunse il comando del XIII Corpo d'Armata sul fronte del Trentino, affidando il comando interinale al maggior generale Luigi Cauvin. L'indice di mobilitazione stabilì per i servizi di polizia militare: 2 Sezioni Carabinieri al Comando Supremo, 2 Sezioni Carabinieri all'Intendenza Generale, 1 Sezione a ciascun Comando d'Armata, 2 Sezioni a ciascuna Intendenza d'Armata, 1 Sezione a ciascun Comando di Corpo d'Armata, 1 Sezione a ciascun Comando di Divisione di Fanteria o di Cavalleria, 80 Sezioni circa di cinquanta uomini a cavallo, a piedi, o ciclisti al comando di un ufficiale subalterno o di un maresciallo. Quali unità combattenti alle dipendenze del Comando Supremo per esigenze tattiche: 1 Reggimento Carabinieri su 3 Battaglioni di 3 Compagnie ciascuno (1a-2a-3a e 4a Compagnia dalla Legione allievi, 5a dalla Legione di Firenze, 6a da quella di Ancona, 7a da Palermo, 8a da Bari e 9a dalla Legione di Napoli); 1 Gruppo di Squadroni mobilitato dalla Legione di Cagliari.

Le esigenze sempre più ampie e crescenti, che subito si manifestarono, posero in rilievo l'insufficienza assoluta del contingente richiesto dalla mobilitazione (circa 7.000 uomini). E se tale deficienza si riscontrava in zona di guerra, nel resto del Paese il numero dei carabinieri in servizio era totalmente inadeguato per le gravi necessità. Nonostante ciò le Sezioni risultarono comunque validissime.

Il 23 maggio 1915, quando il generale Cadorna con il suo Stato Maggiore partì da Roma per Treviso, furono chiamati alla difesa della Patria non solo i carabinieri mobilitati (180 ufficiali e 6.844 fra sottufficiali e carabinieri), ma anche quelli sparsi in tutto il territorio metropolitano, quelli dislocati nelle colonie, e i fedeli zaptié. I carabinieri presero subito parte alle operazioni belliche, mostrando individualmente valori e capacità esemplari. Il primo a distinguersi fu il carabiniere Giulio Leso, che ebbe la Medaglia d'Argento al Valor Militare.

Il primo caduto in guerra l'Arma l'ebbe nella giornata del 1° luglio a Cormons, durante un bombardamento dell'artiglieria nemica. Ai primi di luglio, nel programmare la 2a battaglia dell'Isonzo, il quartier generale dispose che vi partecipasse il Reggimento Carabinieri. Il 4 luglio 1915 il Comando del Reggimento con il I e II Battaglione, la Bandiera e la banda passò alle dipendenze del VI Corpo d'Armata, per essere impiegato sul Podgora. Il I Battaglione rimase presso il Comando Supremo per i servizi di sicurezza e protezione dell'alto Comando e della città.

Lasciata la banda ed il carreggio, i due Battaglioni con la Bandiera raggiunsero, il 7 luglio, le trincee a quota 240, dando il cambio al 36° Reggimento fanteria. Gli austriaci dominavano nettamente la posizione con le loro artiglierie poste oltre l'Isonzo, sul San Gabriele, sul San Daniele e sul Monte Santo, nonché col fuoco coperto di fucileria e di mitragliatrici. Il Reggimento, oltre che dal moschetto '91, era appoggiato da un pezzo di artiglieria someggiata, da due batterie da 75 mm e da una sezione di mitragliatrici del 36° fanteria.

Nei giorni successivi venne preparato il terreno per l'assalto a quota 240. Di fronte ai reticolati piantati sulle pendici del Podgora i carabinieri disponevano purtroppo solo di poche pinze tagliafili, di rudimentali maschere antigas e di appena 50 bombe a mano. Per l'intera giornata del 18 luglio, con diverse sortite, carabinieri e genieri tentarono di aprire varchi nei reticolati nemici, ma l'inadeguatezza dei mezzi e il fuoco avversario consentirono limitati risultati. Il giorno 19, il III Battaglione Carabinieri mosse all'assalto all'arma bianca. La giornata si concluse con 53 morti, 143 feriti ed 11 dispersi su 33 ufficiali e 1.300 fra sottufficiali e carabinieri che avevano partecipato all'azione. Nuove operazioni, con altre perdite, furono compiute nei giorni successivi dai due Battaglioni sulle stesse trincee.

La percentuale delle perdite subite e la condotta degli uomini nel combattimento, malgrado la deficienza di mezzi d'attacco e la sproporzione delle forze, rese meritevoli i militari dell'Arma dei più alti riconoscimenti del loro valore. Il Comandante della Brigata "Pistoia" scrisse in un suo dispaccio che l'attacco sul Podgora «…confermò il valore tradizionale dei carabinieri, i quali, se non riuscirono nella difficilissima impresa, stettero però saldi ed impavidi sotto la tempesta di piombo e di ferro che imperversava da ogni parte e che fece numerose vittime…».

Nel frattempo lo sviluppo delle operazioni belliche sui settori trentino e giuliano richiese di aumentare urgentemente le forze dell'Arma da assegnare al servizio di polizia militare, per cui il Reggimento venne sciolto ed i tre Battaglioni divennero autonomi ed assegnati rispettivamente: il I al Comando Supremo, il II alla 3a Armata, il III alla 2a Armata. Il I Battaglione continuò a custodire la Bandiera dell'Arma dopo lo scioglimento del Reggimento e assicurò un complesso di servizi inerenti al funzionamento e alla sicurezza del Comando Supremo. Contemporaneamente allo scioglimento del Reggimento furono costituite due Compagnie autonome, che insieme al Gruppo Squadroni furono impiegate nei vari servizi di polizia militare.

Il II ed il III Battaglione, nel corso della 3a, 4a e 5a battaglia dell'Isonzo, dall'ottobre 1915 al marzo 1916, assicurarono il servizio di polizia militare sul campo di battaglia, in prossimità delle trincee di prima linea o fra i rincalzi. Particolare attività svolse il III Battaglione nella primavera del 1916, durante la ripresa dell'offensiva generale, e si distinse per la sua opera e gli atti di valore individuali compiuti.

Nel 1916 il Comando Supremo dispose il riordinamento dell'Arma presso l'esercito operante, stabilendo lo scioglimento del II e III Battaglione e delle tre Compagnie autonome mobilitate. I "Plotoni" ebbero un organico uguale a quello delle Sezioni: 50, ma erano costituiti solamente da carabinieri a piedi, mentre le Sezioni da militari a cavallo o ciclisti. Di conseguenza venne abolito il Comando Superiore e costituito l'Ispettorato Generale delle Retrovie, i cui compiti erano: Posti di sicurezza, Piantoni fissi, Vigilanza sulla difesa contraerea e costiera, Ronde negli abitati, Perlustrazioni sulle vie ordinarie, Servizi di tappa, Vigilanza su operai e tecnici impiegati in opere militari, Polizia sui treni, Corrieri postali, Prevenzione e repressione spionaggio, Servizio informazioni, Scorte valori, Servizio alle tradotte, Scorte ai carreggi, Salvacondotti eccetera.

Il 15 maggio 1916 ebbe inizio l'offensiva austriaca sul fronte tridentino, che si svolse in quattro fasi successive e impegnò particolarmente la 1a e la 2a Armata. Le operazioni, protrattesi sino a luglio, richiesero l'impiego di altre forze e così nuovi Plotoni e Sezioni furono aggiunti. Dal 27 luglio al 4 agosto, poi, vi fu un grande concentramento di truppe sul fronte giuliano (3a Armata) per quella che passerà alla storia come la 6a battaglia dell'Isonzo e che condusse alla presa di Gorizia. Rotto il fronte nemico, conquistati il Sabotino e il San Michele, alle cui operazioni presero attiva e valida parte le Sezioni e i Plotoni Carabinieri addetti al VI e all'XI Corpo d'Armata, e apertasi la via per Gorizia, occorreva disporre di truppe celeri da lanciare all'inseguimento dell'avversario oltre l'Isonzo. Fu così che ai 18 Squadroni di cavalleria raccolti in tutta fretta si unirono i due Squadroni Carabinieri addetti al Comando Supremo.

Toccò proprio al Gruppo Squadroni l'onore di entrare per primo a Gorizia (8 agosto 1916). Inoltre la città fu subito affidata alle cure di un Commissario Straordinario al Comune, nella persona del maggiore G. Battista Sestilli, Comandante i carabinieri del VI Corpo d'Armata.

Il secondo semestre del 1917 fu anche per i carabinieri un periodo di intensa e tragica attività. Dopo la 7a, 8a, 9a, 10a e 11a battaglia dell'Isonzo, che avevano portato le posizioni italiane a 17 chilometri da Trieste, sopraggiunse l'infausta 12a battaglia, in cui il nostro esercito venne travolto a causa del cedimento verificatosi nel settore di Caporetto. L'offensiva austro-tedesca, iniziata il 24 ottobre, portò il 27 alla penetrazione delle forze nemiche in territorio nazionale. Il fronte italiano ripiegò: un ripiegamento che assunse carattere e proporzioni gravi (un milione e mezzo di italiani, frammisti a mezzo milione di civili, incalzati da un milione di austro-tedeschi), ma le qualità morali, militari, fisiche e umane dei Carabinieri rifulsero di valore, di eroica fermezza, di eccezionale resistenza e di obbedienza al dovere.

Per quanto attiene l'Arma territoriale, va considerata l'azione della Divisione Udine, con le sue Compagnie, Tenenze e Stazioni dipendenti dalla Legione di Verona, e della "1a Legione provvisoria autonoma", costituita nel 1916 su due Divisioni con sede ad Udine, la quale doveva provvedere all'impianto Comandi territoriali nella zona veneto-giuliana che le truppe italiane andavano liberando. Dalle due Divisioni, una ad Udine e l'altra a Gorizia, dipendevano le Compagnie di Caporetto, Vervignano, Cormons, Palmanova e le relative Tenenze e Stazioni.

Iniziatasi l'offensiva nemica (24 ottobre), la Divisione Udine e la Legione provvisoria adottarono provvedimenti di emergenza, sia per operare un opportuno sganciamento, sia per far fronte alle situazioni locali - quali la protezione dell'esodo dalle zone attaccate o in pericolo, l'intervento nei confronti delle truppe sbandate, negli abitati, lungo le strade e negli accampamenti di fortuna - i carabinieri si prodigarono, senza riposo e spesso senza vitto, a tutelare l'ordine, aiutare i profughi, vigilare sulle proprietà, ultimi ad allontanarsi quando il nemico incalzava dappresso, senza badare se fosse il suo cappello bersaglio di armi fraterne.

Le prime a ripiegare furono le Stazioni, le Tenenze e le Compagnie più avanzate. Il 27 ottobre la 1° Divisione provvisoria, tuttora a Gorizia, regolava con le forze del capoluogo lo sgombero della città sotto i pesanti bombardamenti nemici, che duravano da giorni; poi ripiegava su Pordenone e si portava sulla Livenza, ove con tutti gli uomini veniva impiegata nello sbarramento lungo il fiume. La 2a Divisione provvisoria, a sua volta, lo stesso 27 ottobre era ancora ad Udine, ma per ordine del Comando Supremo venne trasferita a Padova, con il Comando della Legione.

Per quanto riguarda la Divisione di Udine della Legione di Verona, il suo personale costituì uno sbarramento lungo il Tagliamento, per fermare gli sbandati e mantenere l'ordine; poi, unitasi ai resti della Legione provvisoria autonoma, ripiegò sulla linea Casarsa-Sacile-Latisana per arginare la linea dagli sbandati, dal nemico e per salvaguardare la popolazione. Il 6 novembre, a Padova - dove frattanto si era trasferito il Comando Supremo - le due Divisioni della Legione provvisoria si riunirono con una forza di 14 ufficiali e 589 tra sottufficiali e carabinieri.

A coordinare l'azione dei Reparti mobilitati con quelli territoriali fu destinato il Comandante del 10° Gruppo Legioni territoriali, mentre il Comando Supremo ripristinò presso di sé il "Comando Superiore dei Carabinieri" soppresso il 10 novembre 1915, che riprese interamente le sue funzioni ed i suoi compiti su tutti i Reparti mobilitati ovunque dislocati.

Il 1° novembre 1917 tutte le forze dell'Arma territoriale furono impegnate allo sbarramento sul Tagliamento, affidato alla Divisione di Udine; allo sbarramento della Livenza, affidato alla Legione provvisoria autonoma; allo sbarramento sul Piave, affidato al Gruppo Squadroni e al I Battaglione con la bandiera dell'Arma. I Reparti mobilitati seguirono, invece, le sorti delle unità alle quali era addetti. Chiusa la falla e attestatosi sulla riva destra del Piave, l'Esercito italiano poteva dire di aver vinto la battaglia d'arresto dopo essere stato vinto a Caporetto.

In quelle tristi giornate per la Nazione intera, l'Arma si affermò in modo eccezionale, come attesta, fra gli altri riconoscimenti che il Paese le tributò, quanto scrisse, il 23 novembre, l'Ispettore Generale che diresse il movimento di sgombero presso il Comando Supremo da Udine a Padova: «Con animo grato e con riconoscenza di generale italiano, segnalo l'opera di sublime sacrificio, compiuta con la più illuminata religione del dovere, dai numerosi Reparti e Comandi dell'Arma che operarono nel difficile periodo in cui gli sbandati della 2a Armata ripiegavano verso l'interno».

Alcuni giorni prima, mentre la tormenta stava per essere placata, da Roma era salita la parola stimolante del Comandante Generale, Luigi Cauvin, a proseguire nel compimento del dovere che ancora una volta la Patria chiedeva ai suoi Carabinieri: «Sui campi sanguinosi del Veneto, l'esercito con forte volontà eroicamente combatte per la salvezza della Patria e frena l'impeto dell'invasore. Preme in quest'ora intensificare tutte le forze con fede sicura nella vittoria e questa fede, fortemente sentita da ogni italiano, io so che è ben salda in ogni carabiniere. Mentre l'Arma nostra dà bella prova di assistenza fattiva prodigando instancabilmente l'opera sua nell'interno del Paese per la resistenza nazionale, nella zona di guerra risplendono di nuova e più viva luce le antiche virtù del carabiniere, pronto sempre e dovunque a compiere fino all'ultimo ed a qualunque costo tutto il suo dovere». (Ordine del giorno del 18 novembre 1917).

Le peggiorate condizioni dell'ordine e dello spirito pubblico nell'interno del Paese, influenzate dal prolungarsi della guerra, che ampliava sacrifici e sofferenze nelle popolazioni prive dell'apporto dei suoi uomini, e dalla propaganda politica e sociale che, avversa al conflitto, andava sviluppando fra le masse del proletariato, persuasero il Governo a chiedere al Comando Supremo la smobilitazione del maggior numero possibile di carabinieri per rafforzare le Stazioni nella penisola. Il Comando Supremo aderì, ma ciò non bastò alle esigenze che la situazione richiedeva, e così si ricorse ai ripari istituendo i "Carabinieri Ausiliari" (25 febbraio 1917). Ne furono reclutati 12.000 (una forza aggiunta a quella organica dell'Arma), con la ferma fino a sei mesi dopo la conclusione della pace, traendoli dai militari delle altre armi dell'esercito ed operanti al seguito di carabinieri.

Alla fine del 1917 l'Arma potenziò le forze mobilitate. Le Sezioni risultarono170 anziché le 80 iniziali; i Plotoni raggiunsero quota 357 da 92. Il personale mobilitato fu triplicato: 490 ufficiali e 19.560 uomini di truppa. Tutti i componenti dell'Arma in servizio furono a rotazione mobilitati, prendendo parte alle campagne di guerra.
NEC JACTANTIA NEC METU ("zonder woorden, zonder vrees")

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